Per comprendere le radici dei problemi psicologi nel mio lavoro pongo attenzione al contesto relazionale in cui l’individuo si muove fin dalla nascita e all’interno del quale vengono poste le basi per la strutturazione del Copione di vita, che può essere considerato come un vero e proprio “sistema di attaccamento” che il bambino si costruisce a partire dalle prime, significative interazioni con le figure di riferimento.

Il concetto di Copione è stato oggetto di analisi e discussione da parte degli autori appartenenti all’orientamento analitico-transazionale, che hanno messo in luce e sottolineato aspetti differenti e specifici.

Berne in “Ciao e poi” (1979) afferma che “ogni individuo decide nella sua prima infanzia la propria vita e la propria morte (…). Gli aspetti meno rilevanti del suo comportamento riuscirà a deciderli in modo autonomo con la ragione, ma le decisioni fondamentali sono già state determinate: è già deciso che tipo di persona sposerà, quanti figli avrà, come morirà e chi sarà presente in quel momento. Può non essere ciò che vuole, ma è ciò che vuole che sia” e per definire questo programma utilizza il termine Copione inteso come “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”. Pur riconoscendo al bambino una maggiore possibilità di scelta e di autorità sul proprio Copione rispetto a quanto non avesse fatto nei primi scritti, Berne mantiene in parteuna visione deterministica del Copione che limita o annulla la volontà decisionale dell’individuo.

A questa impostazione deterministica, mantenuta anche da altri autori come Steiner e Levin, si contrappone la visione di autori come B. e M. Goulding (1979), Hotbly (1976) e Wollams (1978) che considerano la decisione come l’elemento fondamentale del Copione e sottolineano la funzione attiva del bambino nell’attribuire significato ai messaggi genitoriali in funzione della valutazione dei bisogni del momento.

Affermano i Goulding “benché le ingiunzioni e le contro-ingiunzioni siano inviate, perché siano importanti nello sviluppo del bambino bisogna che il bambino le accetti. Egli ha il potere di accettarle o rifiutarle. Nessuna ingiunzione viene ‘inserita nel bambino come un elettrodo’, come credeva Berne. Non solo, ma noi riteniamo che molte ingiunzioni non sono neanche mai state date! Il bambino fa fantasie, inventa ed equivoca, dandosi così da solo le sue ingiunzioni”. Questa visione del Copione, dove viene sottolineato il “complesso ingiunzione-decisione” e messo in evidenza il ruolo attivo dell’individuo nella costruzione dello stesso, si estende nel tempo e nello spazio determinando la costruzione creativa di altre possibili “ridecisioni”.

Un altro contributo importante alla definizione del Copione è stato offerto da Fanita English (1977), che lo considera come un patrimonio di valore, non negativo di per sé ma anzi il vantaggio che l’essere umano possiede e che ci permette di “fiorire, piuttosto che impedirci di farlo, anche se possono contenere certe conclusioni prese nella prima infanzia che possono essere disfunzionali o davvero pericolose”.

Il Copione risponderebbe secondo l’autrice alla naturale esigenza dell’essere umano di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni, definendo i confini all’interno dei quali possano essere contenute le esperienze, i desideri e le aspettative, “senza un Copione, lo stato Bambino dell’Io opererebbe solo da un vuoto di tempo e spazio entro cui non ci sarebbe alcun contenuto che permetta di collegare il passato al futuro, così che il bambino sarebbe senza radici, come una foglia al vento”. Gli aspetti disfunzionali e perfino patologici vengono contestualizzati nella mancata formazione del Copione considerato determinantepiuttosto che determinato, formativo, imprevedibile e creativo.

Nel mio lavoro l’analisi del Copione mi è utile per individuare gli eventi salienti della vita del cliente, il modo in cui li ha vissuti e i messaggi che ha appreso e a cui ha scelto di credere. Per aiutarmi nella comprensione di come la persona abbia strutturato il proprio copione di vita mi avvalgo del contributo offerto da S. Bianchini e M.T. Tosi (2005) che invitano ad adottare un punto di vista triadico che permetta di collegare l’interfaccia intrapsichica a quella sistemica rispetto alla formazione del copione. La matrice di copione, dunque, oltre a contenere i messaggi ingiuntivi e controingiuntivi provenienti da entrambi i genitori, si integra a quelli relativi alla relazione tra i due percepita dal bambino e questo permette di cogliere altre importanti informazioni circa la dinamica degli eventi percepiti.

In particolare, tengo conto del contributo offerto da Summers e Tudor (2000) che, a partire dalla rivisitazione critica della teoria del copione proposta da Cornell (1988), hanno sviluppato ulteriormente la mappa narrativa delle influenze sull’identità co-creata, condividendo con Cornell l’idea i disegnare la matrice di copione orizzontalmente, per indicare le influenze genitoriali in un rapporto reciproco con il “bambino” o individuo e hanno esteso la reciprocità dei vettori per includere il vettore Genitore, così che le ingiunzioni, i programmi e le spinte del copione possano essere considerate a doppia via.

Per cogliere le radici dei problemi psicologici nel mio lavoro faccio riferimento anche al concetto di “dono d’amore” proposto dalla Benjamin (2004) nella Terapia Ricostruttiva Interpersonale (IRT) e al concetto di schemi-persona proposto da Horowitz (2001).

L’approccio della Benjamin si fonda sul presupposto che le persone hanno imparato nella loro storia modi di sentire, pensare ed agire che sostengono il loro disagio intrapsichico ed interpersonale. La radice del disagio psicologico è da rintracciare nelle esperienze ripetute in contesti relazionali frustranti all’interno dei quali non sarebbe permessa l’integrazione del controllo e della libertà, dei confini e dell’autonomia: “le regole e i valori percepiti da queste figure chiave mantengono il comportamento problematico attraverso il dono d’amore. Ricordate che il dono d’amore si riferisce al desiderio di riavvicinamento e riconciliazione che, nelle speranze del cliente, avverrà come risultato di un’aderenza leale alle regole e ai valori della IPIR (Persone Importanti e loro Rappresentazioni Interiorizzate)”. La persona assume un comportamento interpersonale disfunzionale non perché vuole interagire con la persona che ha di fronte in quel dato momento presente e non sa come farlo, ma perché mette in atto uno o più “processi di copia”, vale a dire quei comportamenti che avevano avuto luogo all’interno della relazione di attaccamento problematica interiorizzata dalla persona, con lo scopo di riavvicinarsi alla figura di attaccamento e ottenerne amore e vicinanza psichica.

La terapia diventa così il luogo dove la persona può riconoscere i desideri che sostengono la ricerca di prossimità psichica, possa elaborarli in modo simile a come potrebbe essere elaborato un lutto e successivamente abbandonarli. Analogamente, Horowitz (1991), sostiene l’esistenza di schemi-persona capaci di riassumere le esperienze interpersonali del passato e di configurarsi come strutture di significato, organizzate gerarchicamente a partire da moduli di conoscenza di sé e dell’altro, fino alla formazione di schemi di relazione. Ne derivano i Modelli di Relazione di Ruolo (RRM) che si configurano come la combinazione di uno schema-sé, uno schema-sé di almeno un’altra persona ed uno script di transazioni tra di esse. Si tratta di schemi o modelli che riguardano l’intrapsichico e trovano nella relazione interpersonale il campo di operatività osservabile.

Integrare l’analisi del Copione all’individuazione dei processi di copia e alla configurazione dei Modelli di Relazione di Ruolo (RRMC), mi permette di avere maggiore chiarezza rispetto a come la persona nel qui-ed-ora stia scegliendo di trattarsi e di valutare con lei nel processo terapeutico quali possono essere gli obiettivi di cambiamento che desidera per sé, convinta come sono che il benessere sia “naturalmente” guidato da quella forza naturale che Berne nel suo glossario del 1968 definisce come phisise che si configura come “La forza evolutiva della natura che spinge gli organismi a evolversi in forme superiori; gli embrioni diventano adulti, i malati si ristabiliscono, i sani lottano per raggiungere i loro ideali”. A partire da questo concetto, ritengo la “cura” come la possibilità di far emergere all’interno dello spazio terapeutico questa forza naturale e accompagnare il cliente al raggiungimento dell’autonomia.

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