Da un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia Italiana (Maggio 2012) emerge un incremento importante di crimini violenti commessi da minori.

Secondo i dati diffusi dal Dipartimento della Giustizia Minorile, tra il 2012 e il 2013 circa il 68,2 % dei reati compiuti da minori è stato commesso insieme ad altri, vere e proprie baby gang organizzate come quella sgominata a Genova lo scorso 20 settembre. I giovani rapinatori appartenenti alla baby gang genovese, di età compresa tra i 18 e i 22 anni, spesso affiancati da minorenni, agivano secondo un preciso “modus operandi”: strappavano la collana dal collo del malcapitato frequentatore della discoteca e si davano alla fuga, talvolta colpendo al volto la vittima, sempre con la complicità di altre persone presenti nel locale.

Atti vandalici, rapine, furti e aggressioni sono i reati più frequenti compiuti dalle baby gang.

Per baby gang si intende quel gruppo dominante che in un sistema di relazioni asimmetriche impone leggi e prezzi da pagare per il “diritto di cittadinanza”. Fortemente spinta al “conformismo di gruppo”, si differenzia da altri tipi di gruppi giovanili per alcune caratteristiche:

  1. È guidata da un leader;
  2. Ha una precisa gerarchia interna;
  3. Controlla un territorio (borgata, classe, ecc);
  4. È stabile nel tempo;

Ma quali sono le cause che spingono questi giovani a commettere atti devianti?

Nell’analizzare le cause di questo fenomeno è necessario prendere in considerazione diversi ambiti, tenendo presente, in particolar modo, gli ambienti dove gli adolescenti vivono e si confrontano: la famiglia e la scuola:

  • Famiglia: contesti familiari problematici caratterizzati da conflitti, perdite, divorzi, abusi, mancanza di ascolto e contatto emotivo, provenienza da famiglie multiproblematiche spesso affiliate a loro volta a contesti devianti, deprivati sia da un punto di vista economico che culturale, possono essere considerati come cause precipitanti il disagio generazionale; inoltre, la presenza di alcune forme di devianza in famiglie “benestanti”, è probabilmente espressione di un altro tipo di povertà, quella relazionale; spesso si tratta di «ragazzi ai quali apparentemente non manca nulla, ma che hanno bisogno di stordirsi, di eccitarsi e che solo attraverso la violenza ci riescono»(Cavallo Melita, 2002, “Ragazzi senza. Disagio, devianza e delinquenza”); si tratta, in altre parole, di ragazzi che, per colmare il forte vuoto esistenziale che li accompagna, commettono agiti devianti, per lo più azioni trasgressive, per sperimentare forti emozioni ed affermare la propria presenza nel mondo;
  • Scuola: la carenza educativa e affettiva della famiglia chiama direttamente in causa il ruolo di un altro importante “contenitore” formativo, la scuola. È a scuola che il ragazzo sperimenta se stesso e si misura con l’altro, dunque questo “contenitore” può rappresentare un’alternativa valida per introiettare altri e nuovi modelli di riferimento che orientino il processo educativo e di socializzazione; non sempre però la scuola si trova preparata a svolgere questo ulteriore compito, manifestando sempre più un’imbarazzante noncuranza rispetto alla profonda crisi esistenziale che tocca le nuove generazioni e rinunciando, di fatto, a quella funzione mediatrice che è bussola indispensabile di una personalità in formazione;
  • Rifiuto dei pari e aggregazione selettiva tra compagni: il gruppo dei pari, riveste un ruolo fondamentale, al punto da essere considerato, al pari della famiglia e della scuola, un importante elemento formativo e di socializzazione, seppur di tipo informale. Rappresenta una forma di aggregazione spontanea tipica dell’età adolescenziale che riveste una grande importanza nel processo di crescita e differenziazione. Non sempre però il gruppo garantisce accoglienza, protezione e riconoscimento per la nuova identità in modo sponteneo, per cui può accadere che l’adolescente sperimenti una sensazione di rifiuto da parte del proprio gruppo di riferimento. Questo rifiuto può determinare una tendenza ad aggregarsi selettivamente con altri compagni strutturando rapporti di sfiducia con il resto dei pari. In tale prospettiva, il rifiuto e l’aggregazione selettiva tra pari costituiscono due importantissimi indicatori di rischio di devianza minorile;

Come affrontare il problema?

Attraverso la prevenzione, che dovrà interessare alunni, insegnati e genitori. È necessario farsi carico del problema e promuovere interventi tesi a costruire una cultura del rispetto e della solidarietà tra alunni e tra alunni ed insegnati. Fare prevenzione a scuola significa anzitutto ritrovare fiducia nel mandato sociale dell’istruzione e questo può e deve essere possibile. E’ necessario che la scuola si adoperi per la creazione di spazi di aggregazione e occasioni di ascolto e dialogo reali, in cui il ragazzo possa sentirsi meno solo e abbandonato, dove possa “incontrare” l’altro, imparando a rispettare se e gli altri. Per far si che questo si realizzi è dunque necessario che scuola e famiglia si alleino, sostenendosi a vicenda per evidenziare le risorse dei ragazzi attraverso strumenti più sensibili.

Dott.ssa Debora Contino

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